La Livella - Totò in chiave esoterica - del F.llo Virgilio Gaito

Tra le poesie sgorgate dall'animo sensibile del Fratello Antonio De Curtis, in arte Totò, quella ormai più nota e recitata è certamente "A' livella" per la vena di profonda umanità che la pervade, ma, soprattutto, per il significato esoterico che a noi, come lui iniziati, appare in tutta la sua evidenza, ammonitrice della caducità delle cose terrene che rivelano la loro irrimediabile fallacia di fronte all'evento finale conclusivo della nostra esistenza: la Morte.

 Il poeta immagina di essere rimasto rinchiuso in un cimitero per essersi abbandonato a meditare sulla pompa delle tombe e sulle iscrizioni sepolcrali rispecchianti la condizione sociale dei vari defunti, perfino in quel luogo severo, ricordati a parenti e viandanti per le loro qualità terrene vere o presunte e tanto più onorati quanto più elevati nella scala sociale.

Ad un tratto egli vede materializzarsi vicino alle rispettive tombe le figure di un nobile arrogante e agghindato lussuosamente e di un povero netturbino umile, ossequioso e mal vestito che viene accusato dal primo di lesa maestà per essersi fatto seppellire in una tomba modestissima, abbandonata, proprio accanto alla sua, che risplende di luci, fiori e iscrizioni altisonanti.

L'accusato dapprima si schermisce con una disarmante chiamata di correo: se fosse stato per lui, non avrebbe mai osato tanto, ma la decisione è stata presa dai familiari ed egli, essendo morto, non si è potuto opporre.

Di fronte al tono villano del nobile che gli intima di trasportare immediatamente le sue umili e maleolenti spoglie ben lontano dal proprio rutilante sepolcro per non dover trascendere alla violenza non consona al suo rango, lo spazzino ha un sussulto di orgoglio e gli ricorda che la Morte è una livella che cancella ogni pompa terrena e rende tutti uguali al suo cospetto.

E conclude, con infinita saggezza: "nuje simmo serie...appartenimmo â morte!".

Nella molteplicità di messaggi sul mondo degli uomini che Totò ha consegnato alle sue poesie, semplici e perciò alla portata di qualsiasi lettore, ma proprio per questo maggiormente idonee a stimolare profonde riflessioni, si coglie un invito alla semplicità, alla riscoperta dei valori genuini, alla fratellanza, all'uguaglianza, alla libertà, all'Amore.

E, se pure l'affresco de "A livella" si conclude agli occhi del profano con la rappresentazione della maestà della Morte che impone serietà nel senso del superamento di ogni motivo di divisione, di separatezza, di incomprensione, di odio, di sopraffazione, per noi Iniziati il messaggio del Fratello Antonio De Curtis richiama subito alla mente l'esortazione del Maestro Venerabile all'apertura dei lavori di Loggia: "Tutto in questo Tempio deve essere serietà, senno, benefizio e giubilo".

È questo un imperativo categorico scaturente proprio dall'Iniziazione che ciascuno di noi ha drammaticamente vissuto.

Nella vita di un uomo è infatti possibile morire due volte, l'una quando il nostro corpo si disgiunge dal cosiddetto spirito vitale e si corrompe rapidamente trasformandosi in cenere, l'altra quando si attraversa il sipario di fuoco che separa il profano dal sacro e si diventa iniziati.

In greco iniziare è espresso dal verbo τελευταί (TELEUTAI) e significa “far morire”.

Iniziare, infatti, è come far morire, provocare la morte. Ma non si tratta di una morte totale, definitiva, sibbene di un'uscita, del raggiungimento di una porta che dà accesso ad un'altra dimensione: infatti all'uscita succede un'entrata. L'iniziato passa da un mondo a un altro e, da ciò, subisce una trasformazione; egli cambia di livello, diviene diverso.

Ecco qui tornare il significato della livella attribuito da Totò alla Morte, intesa come conclusione di un percorso terreno strepitante di metalli ed avvio al raggiungimento della Verità alla quale l'Iniziato deve accostarsi con serietà affinché il proprio Tempio interiore, nella pace conquistata, possa trarre "benefizio e giubilo".

La morte iniziatica è morte al mondo in quanto superamento della condizione profana così che il neofita sembra subire un processo di regressione, la sua rinascita è paragonata a un ritorno allo stato fetale nel grembo della madre. Certamente, egli penetra nella notte, ma, se questa assomiglia al buio del seno materno, la notte dell'iniziato assume la vastità e - non appaia contraddittorio - la luminosità della notte cosmica.

E di questo significato così profondo ed esaltante dell'Iniziazione massonica ci giunge testimonianza da uno dei più grandi geni espressi dall'Umanità, Wolfgang Amadeus Mozart, quando, nella celebre lettera del 4 aprile 1787 al padre Leopoldo, anch'egli divenuto Massone, così si esprime: "Poiché la Morte, tutto considerato, è la vera meta della nostra esistenza, mi sono talmente avvicinato in questi ultimi anni a questa buona e fedele Amica dell'umanità che la sua immagine non mi incute più terrore, ma invece mi consola e mi conforta! E ringrazio Iddio di avermi dato modo (sapete ciò che intendo) d'imparare che la Morte è la chiave che apre la porta alla nostra vera felicità".

Il divino Mozart sapeva infatti che l'iniziazione segna l'ingresso irreversibile in una dimensione spirituale dove è quella vera felicità da lui religiosamente ricercata per tutta la sua vita terrena.

Poiché la Massoneria, come mirabilmente affermava il Fratello Johann Gottlieb Fichte, libera l'uomo dalla sua religione per elevarlo alla dignità di uomo universale che tuttavia ha una sua religiosità, una necessità del sacro ove regna la felicità, intesa come perfezionamento di sé stessi ed elevazione dello spirito verso l'Essere Supremo.

E l'intima conoscenza della Morte si avverte nelle composizioni mozartiane a carattere religioso quali le "Messe" e, soprattutto, il celeberrimo "Requiem", nelle quali è trasfusa la religiosità propria del Massone che, librandosi al di sopra dei dogmi, indica all'Umanità una via universale di salvezza fondata sul miglioramento di sé conseguibile con quella Iniziazione che ha segnato la morte alla vita profana.

Ma il fratello Antonio De Curtis, nel paragonare la Morte alla livella ben sapeva, da quel perfetto Iniziato che era e che ha donato tanta felicità a milioni di esseri umani, che tale strumento, nella simbologia massonica, è uno degli elementi più importanti.

Egli conosceva profondamente il valore del simbolo.

In greco antico il termine " σύμβολον" (SUMBOLON) si collega al verbo " σύμβολλειν" (SUMBOLLEIN) che significa "mettere insieme", "unire", da cui una prima accezione del simbolo come di concetto che è racchiuso dapprima in forma palese a chi ne sia l'autore e poi sempre più ermetica per tutti coloro che nel tempo e nello spazio siano lontani dal suo processo formativo.

In origine, si chiamava simbolo (in Roma, "Tessera hospitalis") un oggetto che indicava il legame di ospitalità tra famiglie o città, spezzato in più parti, ciascuna delle quali rimaneva a uno dei contraenti il legame, e che, nel loro combaciare, valevano come segno di riconoscimento.

Ecco di nuovo il concetto di unione che ritorna in maniera plastica a significare la solidarietà tra tutti coloro che fossero legati da un vincolo inizialmente di ospitalità, ma via via più ampio fino a ricomprendere un credo, una filosofia, una scienza, una conoscenza.

Nel mondo moderno, l'interpretazione tende ad astrarre dall'elemento materiale. Oggi la più nota e diffusa accezione del simbolo, quella ispirata da Nietzsche e da Freud, lo concepisce come occultamento e maschera che, comunque, contenga più di quanto non dica esplicitamente. E questo "di più" è interpretato dal grande studioso Paul Ricoeur come una peculiare trascendenza del simbolo rispetto a coloro che lo interpretano.

Sicché, non a caso, il Fratello De Curtis si è poeticamente ispirato alla livella che, insieme al filo a piombo o perpendicolare, si ritrova nei gioielli dei due Sorveglianti la cui dualità corrisponde a quella delle due colonne del Tempio di Salomone.

Sappiamo che la livella è costituita da una squadra giusta alla sommità della quale è sospeso un filo a piombo. Il suo scopo essenziale è quello di determinare l'orizzontale, ma al tempo stesso essa determina anche il verticale. Ecco una prima approssimazione dell'immagine della Morte accoppiata alla posizione supina, orizzontale del defunto, ma, nel contempo, alla elevazione verticale della sua anima verso il cielo.

Ma, ancor più profondamente, la struttura della livella ci permette di ricollegare il suo simbolismo a quello della croce delle dimensioni cosmiche: manifestazioni della Volontà celeste al centro del cosmo, illuminazione armonica a livello cosmico dove il nostro spirito raggiungerà la Verità.

Non dimentichiamo che la livella è il gioiello del I Sorvegliante al quale sono affidati i Compagni d'Arte i quali sono passati dalla perpendicolare (gioiello del II Sorvegliante che vigila sugli Apprendisti) alla livella, realizzando così quella maggiore illuminazione che deriva dalla conoscenza dell'attività celeste, così che il Compagno é preparato ad affrontare senza paura la prova suprema che lo attende nella Camera di Mezzo, suggello della Maestria conquistata.

E, infatti, nella Squadra che adorna il gioiello del Maestro Venerabile si ha la sintesi dei significati simbolici della Perpendicolare (equilibrio) e della Livella (equanimità) dai quali deriva l'autorevolezza connessa alla rettitudine.

Ma non va dimenticato che simbolo può essere ricollegato anche ad una qualifica e non a caso Il Fratello Antonio De Curtis ha posto al centro del suo affresco poetico la figura del netturbino, un mestiere utile alla collettività che va liberata dalle proprie scorie e collegato quindi ad un'esigenza di pulizia, di purezza, di riscatto dalle brutture del mondo, di catarsi, di rigenerazione.

Ecco il trasparente richiamo al lavoro dell'Apprendista, tenuto a sgrossare la propria pietra grezza per mondarla delle sue asperità e delle sue impurità, rendendola così degna di una progressione iniziatica verso la conoscenza, ma anche idonea ad incastonarsi perfettamente nel disegno divino del miglioramento dell'Umanità.

Peraltro tutto il comportamento di quel netturbino, modesto solo all'apparenza, ma ben fiero della propria dignità di uomo onesto, consapevole della propria missione purificatrice, tanto da ribellarsi alla minaccia alla sua libertà profferita dal nobile tracotante, e da erigersi a saggio educatore e, nel contempo, di difensore della libertà e della dignità di tutti ci rende consapevoli che Totò ha voluto simboleggiare nella figura del netturbino non tanto quella dell'Apprendista quanto piuttosto quella del Maestro.

Con le semplici, ma incisive parole del povero svillaneggiato netturbino:

 

"ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?....

Muorto si tu e muorto so pur'io;

ognuno comme a'n'ato è tale e qquale"

 

il nostro Fratello Totò ci insegna infatti dapprima ad essere realisti, a privilegiare l'Uguaglianza pur nella diversità.

Più oltre, l'ammaestramento si arricchisce del valore dell'umiltà quando commenta il significato della Morte come livella:

 "Nurré, 'nu magistrato, 'nu grand'ommo,

trasenno stu canciello ha fatt'o punto

c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme".

 

E, infine, quando esorta il nobile:

"stamme a sentì...nun fa' 'o restivo,

suppuorteme vicino - che te 'mporta?

Sti pagliacciate 'e fanno sulo 'e vive",

quel vero Iniziato fa appello alla Tolleranza che nutre di sé la Fratellanza, quel sentimento che, intriso di Amore, rende consapevoli dell'osservanza dell'imperativo categorico: " Conosci Te stesso ", habitus di ogni Massone nel Tempio, dove tutto deve essere "serietà, senno, benefizio e giubilo".

Soltanto a un profano sprovveduto, dunque, "'A livella" può apparire una suggestiva lirica, sorprendente in un grande comico, inneggiante alla maestà della Morte che tutto annienta e pareggia.

A noi Iniziati il Fratello Antonio De Curtis ha invece regalato una Tavola di straordinaria profondità nella quale, con mirabile sintesi e semplicità ci guida da impareggiabile Maestro col dolce sorriso dell'intelligenza, nelle verdi praterie dell'Armonia universale dove regnano bellezza, bontà, verità, figlie dell'"Amor che muove 'l sole e l'altre stelle".

Quell'Amore che dovrebbe guidare noi tutti sempre e dovunque in una ininterrotta Catena che, ancora una volta, il Fratello Totò invoca dal cosmo per un'Umanità migliore in una delle sue più brevi ma non meno profonde e delicate liriche: "'A cunzegna"

"'A  sera quanno 'o sole se nne trase

e dà 'a cunzegna à luna p' 'a nuttata,

lle dice dinto 'a recchia: «I' vaco â casa:

t'arraccumanno tutt' 'e nnammurate»

 

Non più nobili e netturbini dunque, ma Uomini veri affratellati dall'Amore nel rispetto reciproco della dignità e della libertà.