DANTE E MAOMETTO - IL VIAGGIO
   

IL VIAGGIO: Dante e Maometto

 

 

 

Il viaggio di esplorazione nei territori misteriosi oltre la morte materiale è definito: "viaggio escatologico".

Il viaggio a La Mecca è per l’Islam una sorta di viaggio interiore dal valore fortemente purificatorio così come lo era per i cristiani il viaggio a Santiago de Compostela.

Anche nella letteratura islamica troviamo analogie culturali e parallelismi con quella occidentale, in occidente infatti, il viaggio come percorso alla ricerca di Dio attraverso il mondo dell’aldilà è soprattutto presente nell’immaginario collettivo per la straordinaria opera di Dante Alighieri  la Divina Commedia. Un viaggio escatologico in cui Dante propone il ritorno nell’aldilà, passando per luoghi di dannazione perpetua delle anime, attraverso il Purgatorio sino al Paradiso.

Il misterioso viaggio dantesco, esplorato per lunghi secoli da attenti specialisti occidentali, sembrava rivelato e le parti oscure, poste sotto il " velame delli versi strani" venivano da un lato interpretate come esercitazioni "ludiche" di tipo linguistico poetico e dall’altro, Dante continuava ad essere presentato come l’erede del mondo classico e del mondo cristiano, colui che , dopo Enea e dopo Paolo, aveva avuto il privilegio di salire fino a Dio.

Due autori di cultura islamica però, ci danno un diverso segno: As Sanâ´i, che compose in lingua persiana il poema mistico" Il viaggio nel regno del ritorno", e il mistico Ibn ´Arabi (1165-.1240), autore de: " Il viaggio notturno alla più alta dimora".

I due autori raccontano il loro viaggio mistico nei regni dell’aldilà, fino "alla dimora più vicina a Dio". Questi due poemi, nel loro linguaggio esoterico permeato di simbolismi e allegorie mistiche, si sviluppano negli ambienti del sufismo e del marabutismo, per poi diffondersi nella religiosità popolare. Questi racconti prendono spunto da alcuni passi coranici: " Isrâ" e "Al mi’rag" e dalla tradizione (ahdit) in cui è descritto il "viaggio di Muhammad (Maometto).Costui, una notte fu condotto fino al tempio di Gerusalemme e ascese fino al settimo cielo accompagnato dall’Arcangelo Gabriele, cavalcando una simbolica creatura un po’ donna un po’ animale, dagli eccezionali poteri, di nome Burâq. In questo viaggio mistico nel regno d’oltretomba, il Profeta dell’Islâm passa per l’inferno, dove emergono somiglianze fra la topografia dei luoghi, gli abitanti, i premi e le pene ritrovati poi nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso danteschi.

Ma Dante (Inf. XXVIII) colloca Maometto nell’Inferno, ponendolo nella nona bolgia coi seminatori di scismi. Certo il castigo fu crudele: Maometto, squarciato cinquanta volte in un'ora dalla spada del demone.

Ed invero è inspiegabile tanta crudeltà nel Vate Alighieri, che pur con tutta la luce del suo intelletto non seppe completamente isolarsi dal suo tempo, restando pur sempre il medioevale intollerante e vendicativo.

Si noti che, a parte la funzione unificatrice del Corano, che creò la lingua nazionale del popolo islamico così come doveva la Comedia fare assurgere a dignità di lingua il dialetto fiorentino, è innegabile che la predicazione di Maometto e la religione da lui creata riuscirono ad allontanare dalla idolatria i popoli dell'Islam avvicinandoli al vero Dio, uno, misericordioso e compassionevole, come può leggersi all'inizio di ogni sura del Corano.

L'itinerario della Comedia, troppo noto perché sia il caso di ricordarlo, non è che il viaggio compiuto da Maometto (per Dante come per Maometto i cieli sono sette come sette sono i piani della materia), in sogno magari, come, contro la opinione dei tradizionalisti, sostiene la critica ufficiale.

VIAGGIO DI MAOMETTO

Maometto è svegliato dal sonno e condotto da una ignota guida (in Dante, Virgilio) sopra un monte aspro ed erto (in Dante, la selva selvaggia ed aspra e forte) alla cui vista rimane sgomento (Dante: che nel pensier rinnova la paura). Da là vede sei specie di peccatori al tormento; i primi cinque appartengono al purgatorio, il sesto e la Geenna che segue all'Inferno, più oltre si trova un luogo delizioso dove sono quelli che morirono nella fede dell'Islam, poi gli amici di Dio, i martiri e i Santi.

Troppo evidente è qui la similitudine, perché sia il caso di far citazioni. Sono nominati tre guerrieri amici di Maometto morti in battaglia.

In alto levando gli occhi, sotto il trono di Dio vede aggruppati Abramo, Gesù e Mosè (narratore del viaggio figura lo stesso Maometto). Un terribile supplizio è riservato agli adulteri: un forno ardente a guisa di tubo largo in fondo e stretto in cima, dove uomini e donne nudi sono lanciati e riassorbiti dalle fiamme; altro grave tormento è riservato agli usurai immersi in un fiume di sangue dal quale qualcuno cerca invano di uscire perché è respinto violentemente.

Nell'ascensione in cielo (mi`râj), come scrivono i tradizionalisti, un orribile guardiano che prepara strumenti di tortura impedisce a Maometto e all'angelo Gabriele l'entrata. Ma una voce che viene dall'alto lo mette a dovere, e Maometto e Gabriele passano. Qui siamo addirittura nel canto VIII dell'Inferno quando Dante e Virgilio, nell'entrare nella città di Dite, ne vengono impediti dai demoni prima e dalle tre furie infernali poi (canto IX). La voce che viene dall'alto non è che l'Angelo:

Una vecchia allettatrice cerca di sviare Maometto che, come abbiamo già detto, per virtù della voce che viene dal cielo, ha ripreso il suo viaggio. La vecchia allettatrice, in Dante la ritroviamo in una delle tre furie; anzi in Medusa, che rappresenta, come la stessa critica afferma, i piaceri mondani che rendono l'uomo insensibile agli avvertimenti del cielo (Enrico Bianchi). Maometto prosegue il suo viaggio attraverso settantamila casse funebri infuocate che coprono le settanta città degli oceani di fuoco. (Il numero sette simbolico che ritorna).

Vede gli assassini accoltellati dal demone risuscitare per tornare al supplizio e non è che la pena che nella Comedia Dante infliggerà al Profeta Maometto. Maometto colla sua guida sale al Cielo velocemente su di una strana bestia, Burâq, il cavallo alato con volto di gentildonna coronata, passa i sette cieli dei pianeti, nel sesto cielo vede i Cherubini (posti da Dante nel 2° tenendo presente però che la numerazione dei cieli nel viaggio di Maometto è fatta in senso contrario). All'entrata del Paradiso sta Abramo (pei Cristiani sta Pietro) ed intorno a Lui una moltitudine di spiriti con la faccia bianchissima, un'altra con la faccia scura ma questi tuffandosi successivamente in tre ruscelli diventano con la faccia bianca.

La similitudine della Comedia è evidente. L'immersione nel fiume Lete che dà l'oblio delle cattive azioni non è che la immersione nei tre ruscelli che trasformano in bianche le facce nere, cancellano cioè le colpe.

Maometto poi è rapito al trono di Dio e non può dire quel che vide.

In questo silenzio non è che da rilevare un senso di profonda venerazione, poiché non difettava certo agli orientali la fantasia che consentisse loro di illustrare le grandezze e gli splendori magari materiali del trono di Dio. Per chi conosca l'itinerario della Comedia e ne abbia ben compreso l'intimo senso, non può non risaltare la grande simiglianza di contenuto, non solamente formale ma anche in sede di figurazione allegorica, che la narrazione del viaggio del Poeta presenta con quella molto precedente del Profeta

Or tenendo presente che Maometto morì nel 632 e che Dante nacque più di seicento anni dopo, è esclusa a priori qualsiasi eventualità di ispirazione e d'altro canto, a coloro che affermano che l'esatto itinerario del viaggio non si trova (ed è vero) in nessuna sura del Corano e che fu invece ricostruito dai seguaci e dagli studiosi, potremmo in primo luogo osservare che dalle modificazioni ed aggiunzioni postume non restarono immuni neppure i Santi Evangeli, e d'altro canto è poco presumibile che gli studiosi del Corano conoscessero... il dialetto fiorentino e che pensassero a ricostruire il viaggio del Profeta sui versi d'un poeta occidentale, senza pensare poi che, anche se postuma a Maometto, la ricostruzione del viaggio ha sulla Comedia una precedenza di almeno trecento anni!

 

IL GIUDIZIO DI DANTE

Non certo la comune triste sorte dell'esilio, la buona fede del Profeta, servirono ad avvicinare Maometto al cuore del Vate Alighieri.

Sul giudizio di Dante, scartata la ipotesi di Maometto che avesse tentato d'essere eletto Papa, ipotesi che abbiamo dimostrata assurda e che avrà fatto sorridere più di un islamista, non ne restano da considerare che due: o Dante vide Maometto come un distruttore dell'equilibrio sociale, di quell'equilibrio la cui stabilità era considerata nel Medio Evo come sacra pur senza esser magari compresa, o Dante considerò Maometto (e a questa conclusione si dovrebbe arrivare seguendo il Ricci) come un seminatore di scisma, inteso questo non come una frattura del perfetto equilibrio, ma come una tentata minorazione del potere temporale e spirituale della Chiesa Cattolica. E diciamo tentata perché non possiamo supporre che Dante ammettesse la possibilità del raggiungimento di una tale minorazione.

L'accusa sarebbe quindi solo contro coloro:

Noi siamo veramente per la prima ipotesi anche perché non possiamo ammettere che Dante, ritenuto - ben a ragione - un sapiente del secolo, ignorasse che Maometto, pur se disse che il Paradiso è all'ombra delle spade, era realmente convinto in buona fede, come abbiamo già detto, della fratellanza delle due religioni.

In appoggio alla nostra tesi ed a difesa di Maometto, dobbiamo rilevare che specialmente nelle dottrine dei Sufi e nei loro scritti bisogna ricercare - come ben a ragione hanno affermato gli studiosi - l'insegnamento esoterico della religione dell'Islam.

Il Sufi alla concezione di Dio quale puro essere aggiunge l'idea di Dio quale perfettamente bello.

Questo, che è alla base di ogni misticismo, è ciò che spiega la esterna apparenza di sensualità e le accuse mosse contro i poemi arabi e persiani. Per noi l'aspirazione del mistico Sufì che anela alla unione intima con il divino e ne descrive le perfezioni con il linguaggio adoperato dall'amante per descrivere le perfezioni dell'amata, non è dissimile da quella del mistico o della santa cristiana che anela di consumarsi e di ardere nel fuoco del divino amore. Il concetto ispiratore del poeta persiano che canta gli amori di Yûsuf e di Zuleykhâ o dell'usignolo e della rosa è il medesimo che ispirò gli autori della cantica di Salomone e dettò frasi mistiche ed ardenti a Santa Teresa, a Santa Caterina da Siena, a Jacopone da Todi, a San Francesco. Così le Peri, le Vergini del paradiso Maomettano, che ivi aspettano i fedeli seguaci di Allâh, sono le perfezioni acquistate dall'anima nel suo pellegrinaggio terreno, che le si uniranno nella beatitudine dei godimenti celesti. La dottrina Maomettana riconosce nel salvatore il Verbo di Dio nato nel seno della Vergine Maryam (Maria) ma nega la morte di lui sulla croce dicendo che egli fu sostituito da un uomo:

«e per avere essi detto: noi uccidemmo il Messia, Gesù figlio di Maria, l'apostolo di Dio, mentre non l'hanno ucciso né l'hanno crocifisso, bensì fu vista da loro una somiglianza».

(Corano, Sura delle Donne, 157)

Ecco dunque che tale dottrina è nella sua essenza simile alla concezione gnostica dell’Uomo Gesù.

A questo punto crediamo di aver sufficientemente dimostrata la nostra tesi e concludiamo prospettando la sola soluzione che possa a nostro modesto avviso giustificare, se non spiegare, il giudizio di Dante, soluzione alla quale la critica si affaccia ora, forse per la prima volta, ma che non riuscirà tanto oscura quando si pensi che dal 632 anno della morte di Maometto al 1265 anno della nascita di Dante abbiamo un luminoso periodo di stridente separazione politica tra l'Occidente e l'Islam, ma un enorme incremento degli studi Islamici.

Questo periodo, che comincia precisamente il 1066 e termina nel 1291 e che ci ricorda i cavalieri templari ed il grande Riccardo Cuor dì Leone, porta un nome indimenticabile nella storia del mondo: le crociate. Quando si pensi al carattere vendicativo dei medioevali e a quello di Dante in particolare e si tenga presente quale poteva essere lo stato d'animo degli occidentali verso i mussulmani dopo 200 anni di non sempre vittoriose battaglie, si potrà molto più facilmente spiegare la ragione di un giudizio la cui severità non potrà mai ricercarsi su fondamenti esoterici e su concezioni religiose.

Questa, è a nostro avviso dunque, la causa per la quale Dante abbia dannato all'inferno sottoponendolo alla atroce tortura, il corpo del Capo spirituale dell'Islam, nel cui nome esaltati guerrieri combattevano ferocemente, lieti di conquistare morendo per la difesa della fede l'eterno godimento del Paradiso delle Urì.

Quando la civiltà islamica si trovava all’apice della sua prima affermazione, il dibattito ideologico e le controversie di molti filosofi e teologi tendevano a rispondere ai quesiti della religione confinandoli nella pura razionalità, determinando un appiattimento degli ideali dell’Islâm e un limite terreno alle risposte universali. Questo mosse alcuni pensatori in direzione del misticismo, alla ricerca di simboli leggibili dall’uomo della esistenza e delle manifestazioni divine. Nel medio oriente si formarono le confraternite "sufi", mentre nel Maghreb si formò il "Marabutismo", un movimento che voleva riportare la società islamica ai valori morali e intellettuali delle origini, attraverso una disciplina comportamentale e spirituale fatta di astinenze da cibo, di preghiera e di tecniche particolari indirizzate a ottenere una unione estatica con Dio, in coerenza con l’autentico messaggio Coranico.

Sovente accadeva che questi uomini, per le loro visioni lontane dal materialismo terreno e per mezzo della sintesi poetica, enunciavano idee e pensieri che sconvolgevano l’ordine comune dell’intendere la religione e la morale, provocando conflitti nel pensiero formale.

Alcuni di questi sufi, a motivo delle loro enunciazioni, sono stati condannati e poi in seguito riabilitati e dichiarati martiri degli ideali spirituali. Il più noto tra questi personaggi fu sicuramente Al Hallag che, per le sue proclamazioni pronunciate in stato di ebrezza mistica nelle strade e nelle università, sconvolse il potere religioso a tal punto che dopo una serie di processi, lo giustiziarono. La frase di Al Hallag che sancì la sua condanna, sulla quale gli studiosi dell’Islâm tutt’oggi discutono è la seguente:"Ho visto il mio Signore con l’occhio del cuore, Gli ho chiesto: Chi sei? m’ha detto: tu."

Ma il sufi più discusso dell’Islâm è Ibn ´arabi (= 1240 a.C.). I suoi componimenti poetici, di altissimo livello, hanno inserito nella discussione filosofica e teologica uno dei temi più dibattuti: la nozione di unità dell’esistenza ( wahdah al wugud), "una visione monoteistica del panteismo" che si può leggere nella tawhid, o professione di fede dell’Islâm, che, con una formula affermativa, apre visioni profonde e differenti livelli interpretativi. La formula in arabo è: " la ilaha illa Allâh", e la traduzione in italiano più aderente è: "non vi è altro Dio che Dio".

Questa frase, che può suonare nella più facile interpretazione come monito a credere che non vi è altro dio se non Allah, può essere estesa all’idea mistica che non esiste nulla se non Dio, quindi dal più piccolo atomo all’insieme dell’universo, compreso l’uomo e tutto ciò che ancora non conosciamo, sono Dio. Questa idea chiarisce in un certo modo anche la proclamazione di Al Hallag.

Un'altra caratteristica dei mistici sufi dell’Islâm è una visione globale delle tensioni umane verso il divino, affermando che le strade che portano a Dio sono tante quante il numero degli uomini che sono vissuti e che vivranno in ogni fede differente:

" il mio cuore s’è aperto a tutte le forme: è un pascolo per gazzelle, un chiostro per monaci cristiani, un tempio per gli idoli, la Ka´ba del pellegrino, le tavole della Torah e il libro del Corano. Io seguo la religione dell’amore: in qualunque direzione avanzino le sue carovane, la religione dell’amore sarà la mia religione e la mia fede. ( Ibn ´arabi).

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