IL MAESTRO VENERABILE

TAVOLA DI VIRGILIO GAITO  Gran Maestro del G.O.I.  (1993-1999)

 

   


Ogni Maestro, per il fatto stesso di aver raggiunto il terzo grado, è perfetto ed è in grado di servirsi con competenza e profitto di tutti gli strumenti dell’Arte muratoria per una migliore conoscenza di sé e degli altri.

Maestro Venerabile è colui che la saggezza dei Fratelli membri di una Loggia elegge per un limitato periodo di tempo a presiedere ed indirizzare i lavori dell’Officina. Il consenso, manifestato nelle forme rituali, è materiato della stima e della consapevolezza che l’eletto sia per essere all’altezza del difficile mandato. Tale consenso è il fondamento dell’autorevolezza che impone rispetto ed obbedienza. Su questo presupposto ineliminabile riposano quei poteri che competono in genere alla guida e, in particolare, quella somma di attribuzioni che fanno del Venerabile il centro motore della Loggia ed il depositario principale della tradizione iniziatica.

Senza dubbio quella del Venerabile è la carica più elevata ed importante in seno alla nostra Istituzione che pone al centro della vita e della organizzazione massonica la Loggia.

L ‘esperienza collaudata dai secoli dimostra che la vera formazione muratoria si compie attraverso un lavoro di équipe tanto meglio se composta da pochi ma buoni elementi, legati tra loro da un ‘affinità spirituale che è già presente e trova verifica e sublimazione dopo l’ingresso in Loggia.

Ed ogni lavoro di gruppo richiede la presenza vigile e costante di un coordinatore illuminato i cui suggerimenti vengano da tutti accolti con quel piacere indissolubile che è legato al desiderio di elevarsi.

Ed ecco profilarsi imponente la responsabilità del Maestro Venerabile che è chiamato in ogni istante, con un impegno che la sua coscienza, prima ancora delle nostre Costituzioni, protrae anche oltre la cessazione della carica, a rappresentare un sicuro punto di riferimento, un tranquillo asilo, una sorgente inesauribile di amore.

Se infatti ogni massone degno di questo nome ha il dovere di affinarsi così da costituire un esempio vivente di alto e forte ingegno, di profondo sentire, di civiche virtù, il Maestro Venerabile, primus inter pares, tale affinamento deve compiere ancor più intensamente così da mantenere ed acquistare ulteriore credibilità e prestigio sia presso i Fratelli che al di fuori della propria Loggia e nel mondo profano.

Si richiedono dunque al Maestro Venerabile grandi doti di umiltà e di tolleranza: il nostro è un lavoro che non conosce limiti di tempo né di spazio in una continua ansia di ricerca e nella consapevolezza che la verità e la perfezione sono raggiungibili soltanto attraverso una serie di approssimazioni successive ognuna delle quali costituisce un gradino donde l’orizzonte si allarga, rendendoci peraltro edotti e desiderosi di ulteriori traguardi da superare.

Il Venerabile non deve presumere stoltamente di possedere una maggiore illuminazione, un segreto da altri inattingibile: la carica nulla gli conferisce che non sia già in lui maturato e divenuto percepibile dagli altri Fratelli i quali, proprio in virtù di siffatta constatata elevazione, lo hanno eletto a loro guida in una staffetta che non ha mai fine. Ed il Venerabile è colui che deve vigilare sulle coscienze dei Fratelli affinché non si addormentino in una fallace e pericolosa persuasione di aver attinto i vertici dell’iniziazione e di sentirsi perfetti: egli deve essere un suscitatore di fermenti, un insaziabile curioso, un critico attento ed obbiettivo.

Tali qualità gli permetteranno di acquistare sempre maggior serenità ed indipendenza di giudizio, specie quando, per avventura, egli sia costretto ad esaminare un comportamento di un Fratello non conforme all’etica massonica che è ancor più rigorosa e meno derogabile di quella profana. Soccorrevole e tollerante egli sia verso il Fratello che ha errato in buona fede e perciò meritevole di aiuto e di maggiore illuminazione, severo ed inflessibile si mostri invece verso colui che dia chiara prova di aver soltanto epidermicamente o, peggio, strumentalmente, assorbito i principi massonici senza lasciarsene formare e rimanendo quindi pietra grezza durissima, irrimediabilmente insuscettibile di levigatura.

Non si lasci infine il Venerabile tentare da un attivismo deteriore, indirizzato essenzialmente alla conservazione ed al rafforzamento dei suffragi necessari ad una riconferma nella carica. La Massoneria ha bisogno, per progredire, di uomini schivi che sappiano concretamente dimostrare il vantaggio incommensurabile di un ricambio di persone e di idee nella conduzione di qualsiasi organismo, massimamente poi di un’istituzione a carattere iniziatico quale è la nostra.

II male da tempo individuato e condannato nel mondo profano è quello della vischiosità del potere, dell’abitudine alla carica, dell’autoconvincimento dell’insostituibilità e dell’indispensabilità.

Noi che siamo cultori della Natura nel suo mirabile divenire e perpetuarsi non possiamo distinguere l’insegnamento quotidiano, che da essa ci viene, dal comportamento conseguente a una retta applicazione dei nostri principi.

La Natura progredisce attraverso l’evoluzione che presuppone il rinnovamento e l’apporto di nuove e più fresche energie.

Non diversamente, e proprio perché la nostra maturazione spirituale è materiata di umiltà e di tolleranza, dobbiamo operare all’interno della nostra Istituzione fornendo il massimo dell’impegno con dedizione assoluta e scevra da secondi fini affinché il nostro incarico, temporaneo ed elettivo, sia il più proficuo per l’Istituzione e per l’Umanità in genere. Saremo così pronti e addirittura ansiosi di consegnare il testimone di questa ideale staffetta verso il progresso a coloro che, con pari o maggiore abnegazione, siano stati scelti dai Fratelli a proseguire la nostra opera.

Sappiamo che la Massoneria è essenzialmente scuola di vita e, come tale, essa deve renderci edotti di tutte le deficienze e le miserie umane, consapevoli delle cause, ricercatori dei rimedi, protagonisti di un’ascesa inarrestabile.

L’iniziazione dovrebbe rappresentare la rinuncia ad ogni condizionamento da parte di un mondo nel quale abbiamo visto la luce fisica e ci siamo formati assorbendo sensazioni ed insegnamenti positivi che ci hanno stimolato verso la ricerca diversa e superiore alla quale abbiamo potuto dedicarci soltanto dando un addio alla vita profana per quanto di deteriore, contingente ed alienante essa contiene. Tuttavia la nostra stessa natura, nella quale si mescolano spirito e materia, tende ad avviluppare il massone, novello Prometeo, nelle catene dell’abitudine, del conformismo che tendono a far rifluire all’interno della nostra Istituzione atteggiamenti, comportamenti, reazioni che rappresentano la negazione totale di quel miglioramento di noi e degli altri al quale ci siamo votati quando abbiamo bussato alla porta del Tempio.

Di qui la deformazione ottica che ci fa scambiare ciò che dovremmo essere con ciò che vorremmo essere; ed ecco affiorare la superbia, l’invidia, l’intolleranza, e, in un crescendo inquietante, l’intrigo, la sopraffazione, la lotta fratricida.

Ancora una volta si rivela in tutta la sua importanza e in tutta la sua delicatezza la figura e la funzione del Maestro Venerabile. Egli deve essere dotato di un raffinato senso di percezione di qualsiasi turbamento venga ad alterare o semplicemente minacciare il lavoro di perfezionamento interiore al quale i Fratelli ed egli stesso sono diuturnamente dedicati; e deve immediatamente intervenire anzitutto su se stesso ove si avveda di una deviazione, non esitando a rassegnare il mandato se ritenuto troppo gravoso ma soprattutto se il suo comportamento divenga palese motivo di malessere nell’egregora dei Fratelli, fosse anche uno solo tra essi.

Non a caso poco fa parlavamo dell’etica massonica che è più profonda e rigida di quella profana: non appaia perciò scrupolo eccessivo ritornare tranquillo tra le colonne quando ci si accorga di non poter più assolvere al ruolo di guida unificatrice e propulsiva nella ricerca del vero, del bello, del buono: in qualche cosa deve pure il Massone distinguersi rispetto a un non iniziato: diversamente, dimostreremmo per fatti concludenti di aver a suo tempo prestato un falso giuramento oppure di averlo rinnegato. E quale insegnamento, quale credibilità di noi e dell’Istituzione che rappresentiamo potremmo più offrire ai Fratelli, alla Comunione, al mondo profano?

Ecco dunque ciò che deve essere e ciò che deve evitare di essere un degno Maestro Venerabile sia a livello di Loggia sia come eventuale Presidente di Collegio Circoscrizionale: soltanto un tirocinio così severo e formativo potrà renderlo degno di aspirare a maggiori responsabilità e addirittura a guidare la Comunione Nazionale ove i Fratelli, liberamente, per spontanea determinazione, ve lo acclamino.

Delineata la figura del Maestro Venerabile quale dovrebbe essere in ogni tempo e in ogni luogo, accostiamoci a quelli che dovrebbero essere i suoi compiti nell’attuale momento storico.

Un Massone deve essere figlio del suo tempo e protagonista consapevole; la sua ricerca interiore non può non accompagnarsi allo studio della società contemporanea nella prospettiva di ricerca di un metodo che valga a migliorare anche l’umana convivenza. Un Massone non può ne deve ignorare la realtà che lo circonda ed anzi deve incidere in essa col peso della sua preparazione, del suo equilibrio, del suo ruolo innati di mediatore efficace e gradito tra opposte tendenze.

E l’attuale momento storico d’altronde non ammette distrazioni poiché viaggia alla velocità della luce ed il rischio più subdolo che si corre è quello non tanto di essere travolti e annientati dopo una battaglia che, se pur breve, qualche traccia lascia pur sempre, quanto quello di essere addirittura emarginati ed enucleati in un contenitore ovattato, indistruttibile ed impenetrabile, di polistirolo espanso.

La gente ha fretta di vivere, di conoscere, di godere, di soffrire, di morire. Il tessuto sociale si dilata smodatamente, prolifera incontrollatamente per coprire le più disparate esigenze delle legioni di uomini che, con pari diritti, sempre più numerosi ogni giorno domandano di assidersi al desco della cosiddetta civiltà dei consumi. Il fenomeno del gigantismo a tutti i livelli richiede sempre maggiori mezzi per soddisfare le esigenze di raggruppamenti ognora più vasti di persone, popoli, interessi, mentre soffoca e stritola qualsiasi posizione individualista: si vuole sempre di più, sempre più in fretta e non si misura il prezzo esoso e alla fine insostenibile che si paga in termini di libertà.

Per vero nel mondo profano i vari mali del secolo vengono percepiti e sofferti e da più parti, con sforzi meritori ma spesso configgenti ed auto elidentisti, si tenta di reperire i rimedi più idonei. Ma si tratta di un lavoro frammentario, non finalizzato a quel reale progresso che non può realizzarsi altro che con lo studio dell’uomo, centro dell’universo, tempio della ragione, arbitro del suo divenire.

Si assiste così alla strumentalizzazione che di fatti, avvenimenti, problemi si compie da parte di chiunque, ma soprattutto dai partiti e dalle chiese.

Lo stesso Massone, pur in possesso degli strumenti dell’arte muratoria, stenta ad orientarsi e spesso, anche in buona fede, finisce con lo sprofondare nella palude del contingente e del transeunte. E il pianeta uomo si fa sempre più lontano e inaccessibile perché tutte le ideologie e le religioni hanno interesse a nasconderlo dietro i veli delle proprie fallaci lusinghe, gabellate per verità rivelate e indiscutibili.

Qui dunque si inserisce la funzione del Maestro Venerabile, non più limitata ad un avvilente ed improduttivo lavoro burocratico e ad una stereotipa ripetizione di gesti, di formule, di rituali dei quali ha dimenticato l’essenza e spesso non sa spiegare il valore in un’epoca che tutto smitizza senza sostituire alcun ideale a quelli frettolosamente eliminati.

Anzitutto egli deve vigilare contro ogni tentazione di male inteso proselitismo, viceversa approfondendo, con la preziosa collaborazione delle Luci e dei Fratelli presentatori, la conoscenza dei profani che bussano alla porta del Tempio, giungendo ad ammetterne le domande dopo una lunga meditazione e dopo essersi convinto delle reali capacità del candidato ad offrirsi liberamente e spontaneamente allo sgrossamento attraverso gli strumenti dell’Arte.

Oculatezza estrema dunque nelle scelte e saggio esercizio della maieutica socratica anche e soprattutto quando si tratti di giudicare i Fratelli degni di un aumento di luce. Da sempre la quantità ben raramente si è accompagnata alla qualità: ché anzi quest’ultima ne è stata travolta.

E mai come oggi la Massoneria ha avuto bisogno di uomini preparati, sereni, responsabili, buoni e leali cittadini.

La frastornante bufera di accuse e controaccuse che si abbatte da qualche tempo sulla nostra Istituzione, ancorché manovrata anche da forze ostili in quanto consapevoli dell’immensa carica evolutiva del laicismo da noi professato, avrebbe stentato a sollevarsi e, addirittura, si sarebbe placata rapidamente ove avesse trovato una Famiglia unita da una tradizione di serenità e di operosità. Invece in parecchi punti la foresta non era compatta ad arginare le raffiche impietosamente sospinte da tutte le direzioni ed abbiamo avuto la triste ventura di constatare la nostra estrema vulnerabilità agli scandali che risuonano tanto più laceranti e avvilenti quanto più connessi ad una inammissibile commistione di profani interessi politici, religiosi, economici con i nostri immortali principi che, finora, ci avevano meritato credibilità ed autorevolezza in un mondo così disincantato e superficiale.

Taluni potrebbero essere indotti a pensare che siamo al tramonto malinconico di una luminosa tradizione. Ma l’etimologia della parola tradizione, che significa consegna, deve indurci ad indagare sulla nostra idoneità a ricevere il messaggio, tramandatoci da coloro che ci hanno preceduto sulla difficile via dell’Iniziazione.

E l’idoneità deve accompagnarsi indissolubilmente ad un profondo senso di umiltà, non disgiunto da grande coraggio nell’individuare le nostre carenze per colmarle.

Ed ecco ancora una volta riemergere il ruolo e la responsabilità del Maestro Venerabile, un uomo del presente, che deve raddoppiare la vigilanza, estirpare senza paure o inconcepibili timori reverenziali le male piante allignate e cresciute tra noi, esercitare con maggior consapevolezza, pretendendo la più ampia informazione, il controllo preventivo e consuntivo sull’operato dei reggitori dell’Istituzione a qualsiasi livello così da ristabilire presto e mantenere quel clima di fiducia e reciproca stima tanto necessario a noi, ma soprattutto al mondo profano.

Non dimentichiamo infatti che esso ha impellente, prepotente, insostituibile bisogno di ideali cui aggrapparsi al di là e al di sopra delle varie chiese e delle varie ideologie politiche. Ricercare, scoprire, attuare, propagandare questi ideali con la collaborazione indispensabile e, vorremmo dire, quasi magica dei Fratelli di Loggia sia la cura quotidiana del Maestro Venerabile. Gli uomini possono e debbono cambiare, gli Ideali restano e, se in umiltà e buona fede praticati, ci porteranno a costruire quella città dello spirito dove la fratellanza sia il vero ed unico cemento tra uomini liberi ed uguali.

 

Virgilio Gaito

Gran Maestro del G.O.I.  (1993-1999)