A.D.G.A.D.U.

Riflessioni sull’iniziazione Massonica e quella cavalleresca

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Scrive San Bernardo: «Se la causa per la quale si combatte è buona, l’esito della battaglia non potrà essere cattivo, allo stesso modo non sarà stimata buona conclusione quella che non sia stata preceduta da una buona causa e da una retta intenzione».

 

 

E’ evidente che tra Massoneria e Cavalleria sussistono strette interconnessioni simboliche, rituali e dottrinarie; per meglio comprendere le influenze che ne sono derivate, occorre dare uno sguardo a ciò che furono le origini e lo sviluppo storico-etico della Cavalleria.

 

 

Cavalleria: premessa storica.

 

Con la morte di Carlomagno dell’814, gli succede il figlio Ludovico il Pio, passato alla storia col nome di Luigi re di Francia, e subito sorsero divergenze fra i suoi figli per la divisione dell'impero, che venne spezzettato in molti stati.

 

L'antico assetto dell'impero Carolingio andava via via trasformandosi per la nascita di nuove concezioni politiche e nell'Europa Occidentale si creavano lentamente le condizioni per la formazione del Feudalesimo.

 

In tale regime politico, il Sovrano, vista l'impossibilità di governare gli estesi domini, decentra il proprio potere. L’Imperatore concede a persone a lui fedeli, terre e diritti (prima a vita, poi ereditari), che costituiscono appunto i feudi.

 

Si venne così a creare una nuova gerarchia di potere, composta da re, principi, marchesi, conti, vescovi, abati ecc.

 

Tale fenomeno ebbe il suo maggior sviluppo nei secoli XI e XII e particolarmente in Francia, dove il processo fu accompagnato da una notevole espansione demografica.

 

Con i vantaggi del gestire una propria regione, i nuovi feudatari incrementarono notevolmente le superfici coltivate. Si fecero molti lavori di bonifica, sorsero allora i primi centri urbani e dalle campagne più povere si verificò il primo fenomeno di migrazione.

 

Lo sviluppo interessa molti settori dell'artigianato, la carpenteria, la lavorazione del ferro e delle stoffe, l’edilizia crebbe, si costruirono palazzi e chiese, ma per le popolazioni ben poco doveva cambiare.

 

Esse rimanevano sempre soggette ai nuovi padroni­, che con diritti spropositati li taglieggiavano con forti tasse, gabelle, imponendo loro lavori manuali, prelevando prodotti agricoli e assoggettandoli a varie imposizioni.

 

Va evidenziato inoltre che i figli minori del signore, chiamati cadetti, erano esclusi dall’eredità. Ai cadetti restavano allora due possibilità: entrare a far parte del clero o cercare di guadagnare un proprio feudo sottomettendosi all’autorità di un altro signore. Chi non riusciva a seguire nessuna di queste due strade conduceva una vita errabonda: diventava un cavaliere senza terra, che esercitava la rapina e il brigantaggio per sopravvivere.

 

A questa trasformazione sociale si contrapponeva un altro aspetto della medaglia; che, anche a seguito delle continue angherie e razzie di taluni Signori, un rilevante numero di scontenti si riunivano in bande e si ribellavano all'autorità costituita. Sorsero cosi nei vari paesi cricche di briganti che a loro volta compivano azioni ladresche infestando le campagne, assaltando i casolari isolati, i viandanti e rendendo insicure le strade.

 

La difesa di queste strade rappresentava un onere non indifferente per i Signori che dovevano assoldare delle milizie per la loro sicurezza.

 

A ciò si aggiunga un altro elemento più spirituale che pure ebbe vasta eco agli inizi dell'anno mille. La Cristianità era da più parti contrastata da elementi esterni che minavano la sua autonomia.

 

In tutto il bacino mediterraneo infatti si verificava l'espansione degli Arabi che dalle coste dell'Africa Settentrionale si spingevano sulle coste Europee.

 

In Italia gli Arabi ed i Saraceni arrivarono in Sardegna, in Corsica, in Sicilia fino alle coste Liguri e si spinsero nell'interno del Piemonte. In Spagna ebbero il califfato di Cordoba.

 

La Chiesa Cattolica era scossa da riforme, da scismi e in disaccordo con l'Imperatore d'Oriente, mal tollerava la presenza di elementi destabilizzanti e proprio allo scopo di por fine a tale situazione i Feudatari in accordo con la Chiesa, decisero una sorta di “spedizione” in Oriente che liberasse l'Europa da queste progenie e favorisse nel contempo un'espansione ai loro mercati.

 

Anche i cavalieri fuorilegge erano un pericolo per la società. La Chiesa ne approfittò per utilizzare a proprio vantaggio tale situazione. Stabilì dei periodi in cui era vietato usare le armi e favorì la diffusione di una cerimonia, l’investitura a cavaliere, per attribuire loro un soddisfacente ruolo sociale. Le energie e le ambizioni dei cadetti cavalieri furono così spostate verso imprese considerate degne, come la difesa dei poveri o, al tempo delle crociate, la lotta contro i musulmani.

 

Un fatto quindi di ordine interno di carattere politico, economico e religioso.

 

Si decretò una grande sanatoria per coloro che si trovavano ad operare fuori dalla legge e con un atto di clemenza si trasformarono certi “briganti” in cavalieri e intruppati nella «peregrinatio penitentialis», inviati in Terra Santa.

 

Per comprendere il fenomeno della Cavalleria, bisogna quindi ora rapportarsi al fatto che essa, prima ancora di essere una istituzione storicamente definita, fu ad un certo punto l'incarnazione della ricerca di un’idea di perfezione, la risultante di un Archetipo di Giustizia da riportare sulla terra.

 

Essenzialmente l'idea cavalleresca doveva essere legata a valori quali l'amicizia, la lealtà verso l'avversario, il rispetto per la parola data, la pietà verso il nemico vinto, la protezione verso i deboli, gli indifesi, gli orfani e le vedove, e di tutto ciò che poteva rappresentare il sostegno dal Popolo di Dio.

 

lnnestandosi su di una realtà religiosa, e collegata ad una fratellanza d'armi, si ha l’embrione di quello che sarebbe stato il delinearsi di questo complesso fenomeno, in ciò che si potrebbe definire il suo ingresso nella fase storica.

 

Il guerriero, il "cavaliere", nell'accezione che tale funzione ha acquisito nel bacino del Mediterraneo diviene innanzitutto un difensore dell'ordine sacro e un servitore del Re.

 

 

Radici simboliche dell’iniziazione cavalleresca medievale

 

Jacques Le Goff da tempo afferma che il senso di un certo revival del mondo cavalleresco sta nel fatto che il Medio Evo è la nostra vera infanzia, «la culla della nostra civiltà, la nostra nascita, la nostra gioventù».

Mircea Eliade, definisce l’interesse per questo periodo storico la «nostalgia delle origini».

Attualmente, in un Occidente sradicato e demitizzato, si ha «nostalgia» della culla della nostra civiltà, di un periodo, cioè in cui affondano le nostre radici culturali per troppo tempo ignorate, di uno status cui si guarda quasi con invidia, dimenticandone quegli aspetti negativi, che inevitabilmente coesistono con i positivi.

Branca e Cardini, individua un altro elemento ed è quello per così dire «esistenziale». Il Medio è visto, e si pone, come una alternativa esistenziale, filosofica, diremmo quasi metafisica, alla società di oggi.

La conseguenza di tutto ciò è una sola, ma fondamentale: il Medio Evo così non è più soltanto un topos storico, il periodo della vicenda umana che copre i mille anni che vanno dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente alla caduta di quello d'Oriente, e come tale terreno di ricerca e di studio per «specialisti» ed «esperti», cattedratici e docenti, che utilizzano i metodi dell'analisi «storica» nelle sue varie accezioni; ma è anche un topos simbolico, mitico, se vogliamo spirituale, e proprio in quanto tale, di conseguenza, è possibile interpretarlo anche con strumenti metodologici che non sono soltanto quelli della pura e semplice analisi «storica».

Si potrebbe dire quasi che il Medio Evo è l'epoca simbolica per eccellenza dopo

quelle dette «tradizionali».

E’ ormai comunemente accettato da storici della più diversa estrazione e tendenza (Marc Bloch, Antonio Viscardi, Jacques Le Goff, tanto per citarne alcuni) che il cerimoniale con cui venivano investiti i cavalieri fra il X e il XIII secolo, era una vera e propria «iniziazione» e/o derivava dalle identiche cerimonie iniziatiche, dai «riti di passaggio» delle società primitive, tradizionali» che dir si voglia.

Lo stesso dicasi per il carattere mitico simbolico della poesia e della narrativa dell'epoca: tra il 1000 e il 1300 l'uomo si trovò immerso in quello che è stato definito un universo simbolico, dove la letteratura, e in specie i così detti «romanzi cortesi» ne sono stati l'espressione più intensa e felice.

Tesi, queste, che sono state molto più approfondite e «giustificate» da autori che «storici» in senso stretto non sono: Renè Guénon, Julius Evola, Ananda Coomaraswamy, Mircea Eliade, cui è bene riferirsi per avere una illuminazione complessiva più profonda e comprendere così gli aspetti «simbolici» del Medio Evo.

Per quanto riguarda il problema dell'iniziazione cavalleresca in particolare, generalmente gli storici si trovano d'accordo sul fatto che quella descritta nei «romanzi cortesi» è più diffusa e simbolicamente «spinta» di quanto non fosse nella realtà: in altri termini, gli scrittori dell'epoca ne accentuavano questo aspetto. Ma sarà poi vero? Sta di fatto, comunque, che le varie opere narrative di quel periodo possono essere legittimamente analizzate alla luce del simbolo e del mito.

L'iniziazione del cavaliere e l’iniziazione massonica

 

I| "cavaliere" nel contesto tradizionale medievale è in se stesso simbolo dell'unità del corpo sociale, custode armato della Tradizione e dei suoi rappresentanti; egli è

 

... il guardiano della Terra Santa, essenzialmente dedicato alla difesa del bene comune, con disinteresse e generosità. Queste doti, unite alla fedeltà sono le qualificazioni essenziali richieste per esercitare questo “mestiere” che implica il superamento del proprio io[1].

 

Ancora una volta, come per qualsiasi via iniziatica sono preliminarmente richieste delle specifiche attitudini - vere e proprie qualificazioni iniziatiche.

 

Va evidenziato che fino a tutto il XIV° secolo, l'iniziazione a cavaliere non veniva necessariamente conferita ad un nobile: l'appartenenza alla nobiltà è di fatto una presunzione di dignità e nulla più.[2]

 

Di fatto il candidato al cavalierato deve presentare gli stessi requisiti richiesti al recipiendario e sottostare ad obblighi e condizioni per molti versi similari.

 

Peraltro, la stessa iniziazione presenta indubbie analogie con quella massonica, il che giustifica come, nell'ambito dei Riti di perfezionamento, la Libera Muratoria abbia potuto legittimamente incorporare gradi squisitamente e schiettamente cavallereschi, della più diversa origine.

 

Di regola il candidato "cavaliere" doveva superare una serie di prove nell'arco di una preparazione che, dall'apprendistato al momento in cui viene ricevuto Cavaliere, dura circa 21 anni.

 

A sette anni viene affidato in quanto "paggio" ad un "padrino" che si preoccuperà della sua educazione morale e intellettuale, indirizzata a sviluppare l'amore per Dio, per le Dame e per l’Ordine della Cavalleria.

 

Compiuto questo primo settennato, verrà consacrato "scudiero" dalla Chiesa e solo ora avrà il diritto di portare delle armi, pur non potendo ancora usarle (se non per esercitarsi o per difendere il proprio "padrino'" in pericolo); lo scudiero imparerà l'Arte dal proprio Cavaliere, lo assisterà  nelle imprese e nei viaggi, "di castello in castello", per perfezionarsi nell'Arte marziale (il che ricorda l'analogo dovere dei Compagnons che compiono il "Tour de France"); si incaricherà della manutenzione delle armi e dei cavalli, si occuperà del servizio interno al maniero e veglierà sul protocollo e sugli onori che vanno resi ai visitatori (il che ricorda i compiti cui sono destinati Fratelli serventi in Massoneria).

 

Al termine di questo secondo periodo, se lo scudiero ha mostrato di possedere le doti necessarie e di essersi mantenuto "onorato e virtuoso", può accedere alla consacrazione vera e propria. E’ adesso un uomo di vent'uno anni la stessa età minima richiesta per accedere in Massoneria - e può essere iniziato dopo una purificazione di sette giorni.

 

La cerimonia vera e propria dell'iniziazione si articolava in più fasi.

 

Il candidato ascoltava una messa in ginocchio, presenziava alla benedizione delle vesti e delle armi che gli venivano finalmente conferite. Oltre agli speroni, alla corazza, ai guanti, il giovane cavaliere riceveva la spada, la lancia e soprattutto lo scudo su cui erano riportati i colori araldici che sanzionavano l'appartenenza del nuovo cavaliere ad una "famiglia spirituale" che ha appunto il ruolo di "adottare" e "riparare", così come viene suggerito dall'etimologia stessa del termine "addobbare".

 

La vestizione del cavaliere ha un carattere eminentemente esoterico - nonostante il rito avvenga parzialmente in pubblico - e si articola in più fasi, ciascuna estremamente ricca di significati e di implicazioni che, costituiscono una prefigurazione dell'esortazione paolina:

 

…. dovete deporre l'uomo vecchio ... e rivestire l'uomo

nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità

vera ... Rivestitevi dell'armatura di Dio per poter

resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia non

è infatti contro creature fatte di sangue e di carne, ma

contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di

questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che

abitano nelle regioni celesti ….

 

Al di là della loro valenza strettamente militare, le armi possiedono un preciso significato esoterico in quanto costituiscono, a rigore, gli strumenti del mestiere, indissociabili quindi dal lavoro e dal percorso che il Cavaliere è chiamato a svolgere ai fini della propria realizzazione iniziatica.

 

Al termine di una specifica invocazione, il cavaliere a cui l’iniziando aveva fatto da scudiero, con il piatto della spada lo colpiva leggermente tre volte sulla spalla, pronunciando la formula di rito: “In nome di Dio, di San Michele, di San Giorgio, ti faccio cavaliere”.

 

Seguiva l’omaggio: il vassallo univa le mani e le metteva tra quelle del signore: indicando così che mette la propria sorte nelle mani del signore. Il vassallo, inoltre, pronunciava ad alta voce una formula con la quale dichiarava la sua volontà di obbedire al signore e di prestargli aiuto. [3]

 

Il candidato veniva infine sottoposto alla collata, un atto tramite il quale si colpisce alla nuca con il piatto della spada.

 

L'invocazione veniva pronunciata dal sacerdote, che si rivolgeva a San Giovanni Battista, a Davide e a Giuda Maccabeo. Il riferimento al secondo ed al terzo personaggio si spiega agevolmente in un contesto guerriero.

 

Meno evidente è invece il significato del Battista, il santo protettore - insieme a S. Giovanni Evangelista – della Massoneria e dei Templari. E’ proprio la Tradizione islamica che forse ci spiega il senso dell'inusuale riferimento a quest'ultimo, dato che il Libro della Cavalleria (Kitab Al-Futuwah) lo colloca prima di Cristo e al termine di una lunga genealogia di cavalieri" (fata) che prende origine con Adamo; Giovanni è raffigurato in questo contesto come colui che per primo accende la guerra contro le tenebre – un concetto adombrato, tra l'altro, anche nel Prologo del Vangelo giovanneo - capace di dominare e vincere il dolore fisico, una qualità dunque prettamente "guerriera".

 

Terminato l'ufficio del sacerdote, toccava ora al Principe o al Cavaliere cui lo scudiero era stato affiliato, portare a termine il rito, dato che, analogamente a quanto avviene in Massoneria, la specifica influenza spirituale di cui è questione in ciascuna via iniziatica non può essere trasmessa se non da chi la possieda effettivamente.

 

Va rilevato come l'investitura a cavaliere, pur essendo nella sua forma esteriore un rito religioso ed essoterico a tutti gli effetti, nondimeno possiede un preciso carattere esoterico ed iniziatico; è proprio in virtù di questo che i gradi cavallereschi sono stati suscettibili di essere incorporati nella Tradizione Massonica e che l'Ordine della Cavalleria acquisisce un significato ed una valenza che travalicano i limiti di una religione particolare, tanto da permettere a guerrieri di "fedi diverse" di dialogare ed operare insieme.

 

L'ingresso in questa via deve essere realizzato sotto il velo del segreto: da una parte perchè comporta nozioni e comportamenti non assimilabili... per i comuni mortali, d'altra parte perché l'essenziale di ciò che veicola e trasmette è propriamente incomunicabile con il discorso ordinario e rileva dell'esperienza sacra del divino, invisibile ed ineffabile.

 

Questo è il motivo per cui il neofita viene assistito passo passo – cosi come avviene in Massoneria - dal proprio Padrino, investito dell'autorità e della responsabilità di comunicargli i "segreti del mestiere” e di guidarlo lungo tutte le tappe che precedono l’iniziazione propriamente detta.

 

 

La funzione della spada

 

La sostanza iniziatica del cavaliere, oltre che dal cavallo, è confermata e accresciuta dalla spada – strumento terribile, cruciforme, simbolo di totalità, perennità e di forza – e che, al pari del cavallo, è una sorta di sua appendice.

La spada possiede dunque una sacralità che la rende pegno di giuramento – non a caso nell’elsa (talora adorna di decorazioni a carattere sacro) sono spesso racchiuse reliquie – e investe il cavaliere non soltanto della già citata valenza iniziatica, ma anche della testimonianza del Sacro, di cui è il custode e l’icona vivente. Ne consegue che la scelta radicale di vita – che rende il cavaliere molto simile ad un sacerdote – non è solo propria alla tradizione cristiana della Sacra Cavalleria, ma anche ad altre tradizioni cavalleresche tra le quali, di particolare rilievo, è quella del mondo islamico.

Il cavaliere combatte una guerra sacra o santa – quella che per la futuwwa o Cavalleria islamica è la jihâd, il combattere per aprire la strada a Dio – è quella combattuta sia contro il demonio (l’antico avversario e tentatore) sia contro i detrattori della fede, per definizione fautori dell’ingiustizia, della violenza e della menzogna.

Come si è detto innanzi, il padrino Cavaliere impone tre colpi di spada sulla spalla dell’iniziando Cavaliere e il nuovo Cavaliere mette nelle mani del padrino la propria vita per la difesa del suo signore.

 

In Massoneria invece il recipiendario è posto sotto il triangolo sacro[4]  delle spade delle tre Luci, una di queste è la Spada Fiammeggiante che viene impugnata dal M.V. «La spada fiammeggiante» scrive Filone d’Alessandria «è simbolo del sole» e continua «è simbolo del Logos». Come arma “logica”, divina e solare «è in realtà essa stessa un raggio di sole cui è dato il potere di distruggere le forze dell’oscurità e del caos»

Il Maestro Venerabile impugna la Spada Fiammeggiante e la appoggia sulla testa del Candidato pronunciando la formula:

«Alla Gloria Del Grande Architetto Dell'Universo – in nome della Libera Muratoria Universale - sotto gli auspici del Grande Oriente d'Italia - Palazzo Giustiniani - per i poteri a me conferiti - ti inizio (batte un colpo di Maglietto sulla lama) ti costituisco (batte un secondo colpo) ti creo (batte un terzo colpo) Libero Muratore.

Fa alzare il neofita, gli porge la mano, lo abbraccia egli dà il triplice bacio, pronunciando contemporaneamente la frase: “Tu, ora, sei mio Fratello”.

Poco prima il profano ha prestato la Promessa Solenne.

Quindi non un atto univoco di un signore che concede un titolo ed un feudo ad un uomo, a fronte di una sottomissione di quest’ultimo al signore stesso, ma l’atto sacro e magico di tre Luci (Forza, Bellezza e Saggezza) che, in forza di poteri iniziatici conferiti al M.V. immette sulla via della conoscenza un uomo a fronte della seguente solenne promessa

Io ... liberamente e spontaneamente, con pieno e profondo convincimento dell'animo, con assoluta e irremovibile volontà, al cospetto del Grande Architetto dell'Universo, sul mio onore, solennemente prometto: di percorrere incessantemente la via iniziatica tradizionale per il mio perfezionamento interiore; di avere sacri la vita, la libertà, l'onore e la dignità di tutti; di soccorrere e confortare i miei Fratelli; di difendere chiunque dalle ingiustizie; di non professare princìpi contrari a quelli della Libera Muratoria Universale ecc.

La spada del M.V. non si limita a proclamarci “Fratello Libero Muratore” (“Ti costituisco”), ma più propriamente ci fa letteralmente rinascere (“Ti creo”, “Ti inizio”).

Il Massone non sacrifica la sua dignità, i principi in cui ha creduto sin dal momento della sua iniziazione, non si vende per un orpello, non consegna ad un uomo il suo essere Libero Muratore. Il Massone ubbidisce alle Regole dell’Istituzione e riconosce sia i ruoli di chi la governa che le leggi dello Stato in cui vive, sino a che queste non violino i principi e le norme che le caratterizzano.

Il Massone ha un unico padrone: il proprio perfezionamento interiore.

M.V., ho detto.

 

Or. di Torino 30/01/2024 e.v.

Trentesimo giorno dell’undicesimo mese dell’anno 6023 v.l.

 

 

Elaborato tratto da:

“Cavalieri e Massoni” di Mariano Bizzarri

“L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di Re Artù” di Dominique Viseux

 

Riflessioni tratte da:

“I Cavalieri Templari” di Mario Ruberi

“La coppa e la spada: Il sacro, la cavalleria e il Graal” di Claudio Bonvecchio



[1] È l’immagine – senza dubbio solidificatasi nell’immaginario occidentale – come il modello per eccellenza sul quale plasmare un tipo d’uomo forte ed incorrotto: «Dovere del Cavaliere» scrive Lullo «è di aiutare le vedove, gli orfani, gli invalidi». Il cavaliere rappresenta, insomma, la figura eroica che s’incarna via via nei grandi personaggi storici della Cavalleria, indipendentemente dalla loro fede, professione, nazionalità sino a diventare, nella società moderna – seppure a livello residuale – il prototipo della nuova ed eroica generazione del lavoro: quella che Jünger definisce come un Ordine Cavalleresco.

[2] Non meraviglia, allora, che il cavaliere – colui che cavalca e impugna la spada – si presenti come una personalità compiuta e realizzata, al di là di ogni ceto sociale e di ogni distinzione di casta.

[3] È questo, d’altra parte, il significato simbolico dell’ordinazione cavalleresca che Lullo, magistralmente, rappresenta come una Sacra Cerimonia scandita dalla confessione, dall’eucarestia, dal digiuno, dalla veglia d’armi: in una parola dalla solenne offerta di sé al Signore feudale dello Spirito. È quella Sacra Cerimonia nella quale l’ordinante, il ministro, in ultima analisi è lo stesso virtuoso cavaliere che – adempiendo ad atti cerimoniali densi di significato simbolico quali la cinzione della spada simbolo di castità e giustizia, il bacio simbolo di carità, lo schiaffo simbolo del ricordo della promessa fatta, la formula sacramentale – si muta in un vaso di elezione che racchiude la totalità. Si comprende allora come il Salmo 113, 1 (Vulgata) «Non a noi, Signore, non a noi, ma al Nome Tuo dà gloria» possa essere stato preso come divisa dell’Ordine del Tempio e, estensivamente, possa essere considerato la divisa dell’intera Sacra Cavalleria.

[4] Se il Sacro non viene incorporato simbolicamente e ritualmente, la forza è sempre contraddistinta dalla negatività: coincide con la violenza demonica esercitata nel nome del Cavaliere Nero, il Signore del Male.

   
   
   
   

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