21 giorno del II mese dell’Anno 6026 V:.L:.
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L’ultimo canto della Commedia dantesca: l’incontro con l’Eterno
Venerabilissimo Maestro, Fratelli Tutti,
Elevare una tavola
sull’ultimo canto del Paradiso non è un mero esercizio di
esegesi letteraria, ma un atto di trasmutazione interiore.
Ci
poniamo dinanzi a questa soglia come Maestri che hanno
attraversato l’oscurità della tomba per rinascere alla Luce,
cercando in Dante l’eco di quel "punto all’interno del cerchio"
dove il tempo si fa eterno e lo spazio si risolve nell'Unità.
Se l'Inferno è stato il V.I.T.R.I.O.L. e il Purgatorio la
faticosa ascesa lungo la perpendicolare, il Paradiso è
l’espansione del Compasso alla sua massima apertura.
Il canto
si apre con l’orazione di San Bernardo, figura che incarna
l'intuizione mistica, oltre la Ragione Filosofica.
Egli
invoca la Vergine, "umile ed alta più che creatura",
ricordandoci che il Maestro è un ponte tra due mondi. Come
l’Architetto Hiram, che sapeva mediare tra il rigore della
pietra e la fluidità del fuoco, il Maestro Libero Muratore deve
farsi "umile" nella sua umanità e "alto" nella sua aspirazione
spirituale.
È il paradosso della nostra condizione: dobbiamo
essere nulla affinché il Tutto possa manifestarsi in noi.
Dante ci confida che, dinanzi all'Assoluto, la memoria fallisce
e il linguaggio si spezza:
"da quinci innanzi il mio veder fu
maggio / che ’l parlar nostro".
Qui risiede il cuore del
Segreto Massonico. Il Segreto non è una parola pronunciata
all'orecchio, ma l’ineffabile esperienza della Luce che si
riceve a Oriente. È la Parola Perduta che non può essere scritta
né detta, perché appartiene a un piano dell'essere che trascende
la dualità del logos.
Come la leggenda di Hiram ci insegna,
la Parola viene smarrita quando la violenza dei metalli prevale
sulla sacralità del progetto; Dante, al culmine del suo viaggio,
la ritrova non in una formula, ma in un’esperienza di pura
visione.
L’Alighieri scorge allora "nel suo profondo" ciò che
nell'universo appare "squadernato": sostanze, accidenti e loro
costumi, quasi confluiti insieme.
È la visione del Piano
dell'Opera del Grande Architetto.
Il Maestro, superando la
frammentazione del mondo profano, vede finalmente il legame
occulto che unisce ogni pietra del Tempio. Egli comprende che
ogni dolore, ogni colpo di maglietto e ogni ferita inferta dai
compagni traditori non erano che passaggi necessari per
l’integrità del Volume sacro dell'esistenza. L'Universo non è
più un caos di frammenti, ma un'architettura coerente legata
dall'Amore, che è la vera malta invisibile che tiene unite le
pietre vive della Fratellanza Universale.
Ma il Mistero si
infittisce quando Dante fissa i tre cerchi della Trinità.
Egli cerca di "quadrare il cerchio", tentando di scorgere come
"l'effige umana" si adatti alla perfezione divina. È il dramma
del Maestro Hiram: la ricerca della sintesi tra il finito e
l'infinito, tra il corpo che giace sotto l'acacia e lo spirito
che risorge radioso a Oriente.
Dante non risolve l'enigma con
la logica, ma viene investito da un "fulgore". È il momento in
cui la Luce d’Oriente, quella luce che non conosce tramonto,
inonda la coscienza: il Maestro non guarda più la Luce, ma
diventa Luce. In questo fulgore, la volontà e il desiderio si
placano. Non vi è più sforzo, non vi è più ricerca, perché il
Maestro è diventato uno con l’asse del mondo. Il movimento
dell'essere è ora una danza perfetta, una ruota equilibrata
mossa dall’"Amor che move il sole e l’altre stelle". La Squadra
e il Compasso hanno esaurito la loro funzione separatrice e si
sono fusi nel punto centrale. Il Tempio è finito, perché il
Muratore è diventato egli stesso il Tempio. Ho detto.